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Cercasi compagno di viaggio

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“Cercasi compagno di viaggio per la Thailandia…” Era così che iniziava un post, letto per caso in un gruppo su Couchsurfing. Quelle righe attrassero subito la mia attenzione. Thailandia… continuavo a ripetermi, tra me e me.

In quei mesi avevo un buon lavoro, ma a me non piaceva proprio per niente. Avevo qualche gruzzolo da parte e così, dopo alcuni giorni, decisi di mettermi in contatto con questo ragazzo. I suoi programmi erano di viaggiare per due mesi per il paese, di cui uno trascorrerlo in un progetto di volontariato: un centro di costruzione di edifici naturali in mezzo alla foresta, chiamato DinDang. Il tutto mi suonava affascinante ed ero molto curioso, avrei potuto però unirmi per un solo mese. Ero già stato all’estero ma non avevo mai fatto un vero viaggio con zaino sulle spalle. Ci pensai su e dopo qualche giorno presentai la lettera di licenziamento. Non conoscevo questo ragazzo, sapevo solo che si chiamava Luca e studiava architettura. Cominciammo a scriverci via internet e mi fece una buona impressione. Cercammo host su Couchsurfing per Bangkok e organizzammo altre parti del viaggio. La partenza era fissata da lì a qualche mese, ed eravamo d’accordo di incontrarci prima di partire. Insomma, un viaggio a volte è difficile con un amico, figuriamoci con uno sconosciuto. Beh, alla fine successe che quell’incontro non ci fu mai, ci vedemmo per la prima volta in aeroporto il giorno stesso della partenza.

Passare dall’inverno italiano al caldo umido di Bangkok non è una cosa che ci si scorda tanto facilmente. Arrivati la sera incontrammo il primo ragazzo che ci avrebbe ospitato per alcune notti. Saremmo rimasti in città per circa una settimana dopodiché ci saremmo diretti a sud, al villaggio dove avremmo lavorato per due settimane.

Nei giorni successivi visitammo in lungo e in largo la città, il Temple of Dawn lungo la sponda del fiume, il Grand Palace e altri templi e parti di Bangkok, come la festaiola Khao San Road. Dopo alcuni giorni cambiammo host e ci ospitarono dei ragazzi filippini, che si erano trasferiti da poco a Bangkok. Decidemmo insieme di andare ad Ayutthaya, noleggiamo delle biciclette e scoprimmo le meravigliose rovine della città.

Nei giorni successivi andammo al mercato sul fiume (una vera trappola per turisti), scoprimmo però, che poco distante si trovata il mercato di Maeklong, famoso per essere sui binari di una ferrovia ancora in funzione. Ci mettemmo a fare autostop e di li a poco eravamo al mercato. Vedere queste bancarelle e negozi aprirsi e chiudersi al passaggio del treno fu qualcosa di unico.

Dopo una settimana, grazie al cielo per me, lasciammo Bangkok, era troppo caotica e non ne potevo quasi più.

Ci dirigemmo la sera verso l’immensa stazione degli autobus, ci aspettava un viaggio in bus lungo tutta la notte. Dormii poco e niente, e arrivammo la mattina a destinazione. Quando l’autista annunciò la nostra fermata eravamo un po’ perplessi, ci chiedemmo se avessimo seguito correttamente le indicazioni che ci erano state date, oppure ci fossimo persi. Era mattina prestissimo, ci trovavamo al centro della Thailandia nel distretto di Phato in un punto sulla mappa per me indefinito. Una lunga strada si faceva spazio tra la foresta. C’erano due negozietti a bordo della strada e la foschia del mattino rendeva tutto così quieto e surreale. C’era un piccolo ristorantino, dove prendemmo qualcosa da mangiare e chiedemmo informazioni circa il posto dove dovevamo andare. In realtà dovevamo solo aspettare un paio d’ore che il ragazzo che gestiva il DinDang, Bow, ci venisse a prendere ma volevamo essere sicuri di essere nel posto giusto. Le due signore del posto non parlavano inglese e, nonostante i nostri sforzi e le nostre facce un po’ perplesse che lasciavano intendere che non capivamo la lingua del posto, continuavano a parlarci in thailandese. Riuscimmo a comunicare disegnando e scarabocchiando su un pezzetto di carta, una sorta di partita a Pictionary insomma. A quanto pare eravamo nel posto giusto, dovevamo solo aspettare.

Dopo alcune ore, infatti, Bow venne a prenderci con il suo pick-up e ci portò al DinDang. Arrivammo in questa grossa casa a due piani adibita ad accogliere volontari e viaggiatori. Da una parte viveva Bow con la sua famiglia, dall’altra c’erano i vari dormitori e al piano di sopra una grossa terrazza per pranzare e cenare tutti insieme. La prima sera la trascorremmo ad ambientarci e facendo amicizia con gli altri volontari del centro: alcuni ragazzi francesi, una ragazza e un ragazzo canadese e due ragazze inglesi arrivate lo stesso giorno.

Si iniziava presto la mattina, facendo colazione con banane fritte ed una squisita marmellata di ananas, si lavorava fino a pausa pranzo e poi ancora fino il pomeriggio, la sera… relax. Il cuore del DinDang in realtà era poco distante da dove alloggiavamo. Per raggiungerlo la mattina si doveva attraversare un piccolo ruscello dove l’acqua arrivava fino alle ginocchia per poi farsi una breve camminata e raggiungere il centro nel mezzo della foresta. Il DinDang nasce come centro di costruzione di edifici naturali sfruttando l’argilla e il bamboo.

Il progetto è quello di aprire questo centro a volontari, viaggiatori e studenti interessati a imparare questo metodo di costruzione, ospitando persone da tutto il mondo e tenendo workshop per le scuole. Al nostro arrivo il centro era costituito da alcune casette adibite ad alloggi per volontari, una piccola area relax con un cucinotto e un forno e un edificio in costruzione dove in futuro si sarebbero tenuti workshop di vario genere, il tutto ovviamente costruito con argilla e bamboo. I progetti erano tanti, Bow ci spiegò cosa avrebbe voluto costruire in seguito e i lavori che c’erano da fare. Quello a cui avremmo dovuto lavorare era finire e decorare le mura dell’edificio che sarebbe diventato poi la struttura per i workshop. Si cominciava raccogliendo l’argilla con dei secchi, per poi buttarla in una fossa scavata appositamente per creare il miscuglio con il quale poi si andavano a costruire le mura. Si aggiungeva un po’ d’acqua e delle foglie di bamboo e si mescolava con i piedi fino ad ottenere un composto abbastanza denso e gommoso da lavorare con le mani. Si andava poi a sistemare il tutto sulle mura già esistenti come un secondo livello e visto la malleabilità si potevano creare decorazioni di ogni tipo. Pezzi di canne di bamboo e bottiglie di vetro diventano anche loro elementi decorativi e si può dare spazio alla fantasia. Dopo che il composto seccava sulle mura si andava a passare uno strato di sabbia per rendere il tutto liscio e senza crepe. La parete, dopo alcuni giorni, era pronta. La vita al DinDang era semplice e fantastica. Ogni giorno c’era sempre qualcosa di nuovo da imparare, dalla costruzione di edifici alla creazione di bicchieri ricavati da canne di bamboo. Questo modo di vivere e questo metodo di costruzione con elementi naturali mi affascinò, era tutto molto interessante e istruttivo. Le serate si trascorrevano a cenare tutti insieme, cantando e ascoltando Bow suonare la chitarra, circondati dai suoni della foresta.

Nelle due settimane in cui abbiamo lavorato al centro, abbiamo imparato molto e lavorato a vari progetti diversi di volta in volta. I nostri primi giorni liberi, io e Luca, decidemmo di andare a visitare le isole Ko Samui e Ko Tao. Non capimmo bene come raggiungere la costa con l’autobus, quindi decidemmo di fare autostop. Perdemmo tutta la mattina prima che qualcuno ci desse un passaggio ma, dopo vari tentativi, a fine giornata, una famiglia con un pick-up ci portò vicino al porto dove prendere il traghetto per Ko Samui. Trascorremmo li due giorni.

Noleggiamo un motorino e ci girammo Ko Samui alla scoperta delle sue spiagge e cascate all’interno dell’isola.

Con una fast boat, in seguito, ci dirigemmo verso Ko Tao, l’isola più piccola tra le sue vicine (Ko Phangan e Ko Samui). Mi innamorai fin da subito di Ko Tao, era la mia isola che non c’è. Piccole baie da sogno nascoste nell’isola e un mare straordinario. Rimanemmo li per vari giorni, godendoci le meravigliose serate in riva all’oceano con da sfondo le esibizioni dei giocolieri che giocavano con il fuoco, il cibo squisito thailandese e il fondale irrealistico dell’oceano durante un uscita in mare facendo sub.

Tornammo al DinDang ancora più entusiasti di prima. A me mancava ancora una settimana al centro, dopodiché sarei dovuto tornare in Italia. Mi ero così innamorato della Thailandia, di quella vita così semplice e ricca, dei mercati colorati e ricchi di spezie, delle persone, del cibo e della natura, che decisi di posticipare il mio rientro di un’altra settimana ed accettare l’invito delle due ragazze inglesi che lavoravano al centro, di tornare a Ko Tao con loro per un’altra settimana dopo aver finito al DinDang.

Lavorammo la settimana seguente al pavimento di uno degli edifici e tagliammo alcuni alberi per far spazio ad un gazebo che Bow aveva in mente di costruire. Durante i nostri ultimi giorni liberi andammo, insieme a tutti gli altri ragazzi, alle cascate poco distanti per un bel tuffo nella natura più selvaggia. Dopo due settimane straordinarie era giunto il momento di partire. La sera prima, come da rito, Bow suonò con la chitarra la canzone “Leaving on a jet plane”, dedicata ai volontari in partenza. Il giorno seguente con molta malinconia lasciai il DingDang, salutai Luca e le belle persone incontrare durante questa esperienza.

Ritornai a Ko Tao a trascorrere l’ultima mia settimana in Thailandia. Arrivammo sull’isola dopo una lunga notte su un traghetto con mare mosso e scene da film “La tempesta perfetta”. Mi bruciai la schiena facendo snorkeling giusto il giorno prima di partire, ma un tubo di aloe vera comprato in farmacia per fortuna fece miracoli. Mi persi per trovare la stazione degli autobus per tornare a Bangkok ma un autista di un piccolo pick-up adibito al trasporto degli studenti di una scuola mi diede un passaggio. Ero io, il mio grosso zaino, circondato da ragazzini in uniforme scolastica che mi guardavano sorridendo incuriositi. Arrivai alla fermata degli autobus, dove aspettai tutta la giornata, e arrivai la mattina seguente all’enorme stazione degli autobus di Bangkok da dove eravamo partiti . Mi addormentati poi sul bus che mi doveva portare in città e non so quanti giri feci in giro per Bangkok prima di svegliarmi e capire dove fossi. Riuscì la sera, stravolto a raggiungere l’aeroporto per tornare in Italia, ignaro di come la Thailandia mi avesse cambiato. Sarei dovuto partire di lì a poco per lavorare per una compagnia di parchi di divertimento negli Stati Uniti. Realizzai però che vivere in un mondo di finzione non era quello che volevo, specialmente poi, ritornare negli Stati Uniti dopo aver scoperto la cultura asiatica.

C’era ancora molto da esplorare. Ero stato toccato nel profondo dal brivido del viaggio, così declinai tale proposta, mi misi in cammino ed iniziai a viaggiare.

Cercasi compagno di viaggio è il racconto di Markus che si è aggiudicato il secondo posto nel concorso Condivido ergo sum che iGoOn ha lanciato su Intertwine.

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