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Vieni, andiamo, andiamo via.

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Entrai in quella casa solo per le valigie. Erano pronte dalla sera prima, le avevo lasciate vicino alla porta, apposta per fare in fretta, per non avere ripensamenti. Pochi secondi e tornai in strada: a passo svelto trascinavo i ricordi fino alla fermata dell’autobus, senza mai voltarmi. Stavo per lasciarmi alle spalle quella storia una volta per tutte.

Partenza da Torino alle nove del mattino, arrivo a Bologna per mezzogiorno.

Non potevo continuare a farmi del male. Sabrina mi aveva tradito per l’ennesima volta. E per l’ennesima volta, mi ero sentito un coglione con la C maiuscola. E forse lo ero. Anzi, togliamo il forse. Avevamo toccato il fondo. Io rientravo a casa all’ora che volevo. Calcetto, sigarette, bar e cazzeggio. Lei stava in giro per negozi fino a tardi, sempre al telefono. Stavamo perdendo di vista ogni cosa che ci riguardava. Mi faceva andare di matto quando si litigava, così passavo la notte fuori, da amici, al Valentino o ai Murazzi. Eppure ero convinto di noi, all’inizio, di tornare da lei a chiederle scusa, dopo quei vuoti, quei silenzi impenetrabili. Il primo a non parlare ero io, chiuso nei miei progetti in cui lei non era mai compresa. Non l’avevo capita, avevo alzato la voce più del dovuto. È stato lì, in quegli istanti in cui non mi riconoscevo nemmeno io, che me ne sono accorto: non c’era più un motivo valido per continuare. Non sapevo cosa mi stesse accadendo. Non solo, non ero stato in grado di prenderla per mano e portarla via con me, a scoprire qualcosa che non avesse nulla a che vedere con l’abitudine e i nostri problemi. Ero diventato incapace di raccontarle qualunque cosa. Credevo di amarla. Questo era. Ma non si poteva amare qualcuno se non si aveva più voglia di baciarla o di farci l’amore. Ma vi giuro! Io la vedevo bella, sempre, anche se ultimamente aveva il viso spento, pensieroso, e non sapevo se fosse del tutto mia la colpa di quell’assenza totale di emozioni, di sorrisi. Pensavo a lei come la donna che un giorno, sarebbe diventata mia moglie. Invece, quella mattina cambiò tutto quanto. Presi la decisione di affrontare quel viaggio, che mi frullava in testa da un po’, prima di andare a dormire. Ogni notte, sognavo di prendere il primo treno del giorno dopo e andare, andare via, senza dirglielo, senza che nessuno lo sapesse. Non l’avevo perdonata. Neppure quello doveva sapere. Lo avrebbe capito, quando sarei sparito dalla sua vita, in punta di piedi, senza fare rumore. Avrei appoggiato il cuore non sapevo bene dove. Avrei ascoltato parole che non sentivo da tempo, e di cui avevo un fottuto bisogno. Non esisteva un quando, ma ero pronto per aprirmi a un’altra storia, per allontanare le mie ombre. Non so cosa mi avesse spinto a buttare il doppione delle chiavi dentro la buca delle lettere. Era come se le avessi perse quelle chiavi, chissà dove, e non avessi nessuna intenzione di andare a cercarle. Me ne andai, per sempre, dopo quel gesto, come se nulla fosse. Mi aspettavano: una città diversa, strade diverse, visi distratti differenti e un lavoro nuovo, forse. In realtà io, non mi aspettavo niente di tutto questo. Solo di sfogliare le pagine di un libro nuovo e di leggere un amore magari, un amore vero, qualche riga su me stesso e desideri, messi da parte per un quieto vivere che di tutto sapeva tranne che di pace interiore.

Salii su quel treno.

Sotto braccio la mia decisione, presa di petto, credendo di essere un uomo sicuro, forte, e di riuscire a scacciare il pensiero di averla lasciata sola. Ma la visione di lei, quella sera, tra le nostre lenzuola, tra le braccia di un uomo che non ero io, mi costrinse a farlo. Dovevo togliere il disturbo. Quando vedi la tua donna con un altro, però, non è sempre la fine di tutto. Potrebbe esserci un inizio, un principio, che non sei riuscito a vedere prima, dietro un angolo oscuro. E allora prendi le tue cose e te ne vai, con la speranza di girarlo quel maledetto angolo e imboccare una strada tutta tua. Nonostante avessi sofferto come un cane, fu necessario guardare oltre, dare una svolta ai miei sentimenti, perciò decisi di partire. In quel letto io, non volevo più entrarci! Dalla finestra di camera nostra, avevo visto passare troppi inverni, scendere troppi fiocchi di neve, facendo finta di niente.

La musica mi portava lontano… Guccini e la sua Autogrill nelle orecchie; il maestro cantava la sua verità a suon di poesia e il viaggio in treno continuava, mentre quelle note e tante altre delle sue, mi facevano scendere, a tratti con i piedi per terra, a momenti invece, il pensiero andava al mondo e anche alla libertà di sorvolarlo come un airone. Le immagini correvano più veloci di quella melodia lenta e nostalgica che riempiva un cielo carico di nuvole. Il fatto era che, prima o poi, sarei dovuto scendere da quel treno e avrei perso il senso, l’equilibrio. A che cazzo serviva esserci salito, se la testa era sempre lì, a quello sguardo stanco di essere ignorato, a quelle labbra indebolite, in preda alla fragilità. Lo sapevo che i tarli, una volta stoppata la musica, mi avrebbero assalito.

Come farò senza di lei? Cosa starà facendo?

Staccai le cuffiette e iniziai a guardarmi attorno, quasi a cercare conforto da un volto estraneo, perso e disperato, come il mio. La ragazza bionda di fianco a me, stringeva un libro tra le mani, quasi come se avesse paura. Aveva un buon profumo. Sembrerò un folle con quello che sto per dire, ma… avrei voluto abbracciarla forte. Non riuscivo a vedere il titolo di quel libro, ma avrei voluto chiederglielo, per capire e per essere al suo posto, tra le sue mani. Da quel libro e da un abbraccio, avrei capito qualcosa in più, forse…

“Dove scendi?”
“A Borgo Panigale”
“Ah, ok! Posso sapere cosa leggi di bello?”
Se io avessi previsto tutto questo di Guccini.”
“Non ci posso credere! Me lo faresti un favore?! Ti andrebbe di mettere le mie cuffiette e ascoltare dieci secondi questa canzone?”
“Dammi pure! Mi va, eccome!”

[…] Ma nel gioco avrei dovuto dirle: “Senti, senti io ti vorrei parlare… “,
poi prendendo la sua mano sopra al banco: “Non so come cominciare:
non la vedi, non la tocchi oggi la malinconia?
Non lasciamo che trabocchi: vieni, andiamo, andiamo via.” […]

Da quel titolo ci fu un inizio, l’inizio mio e di Claudia. Un viaggio, un libro e una canzone. Chi l’avrebbe detto? Da quel viaggio e su quel treno per Bologna, la mia vita cambiò. Certo, se… avessi previsto tutto questo… sarei partito prima.

Vieni, andiamo, andiamo via è il racconto di Mary che si è aggiudicato il terzo posto nel concorso Condivido ergo sum che iGoOn ha lanciato su Intertwine.

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