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L’orizzonte dalla Sierra Nevada

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Granada, un pomeriggio di luglio.

Il sole è alto, mi trovo all’ombra, sulla terrazza della casa di Alberto, un ragazzo del posto conosciuto tramite un sito di scambio di ospitalità. L’idea di uscire a fare un giro c’è ma è lontana: il caldo forte e secco, la pasta abbondante cucinata per gli amici, il tè marocchino, il narghilè. È la stasi fatta piacere, tranquillità, relax; in strada non c’è un’anima, si sente a stento qualche uccello che passa da un ramo all’altro, la chitarra suonata dolcemente da Pedro, uno dei coinquilini. All’orizzonte la Sierra Nevada, con macchie di neve, trasmette sensazioni opposte a quelle che sento, frenate però da quella patina che il calore crea salendo dalla città.

Al balcone si accede tramite una scala a chiocciola dalla quale spunta Alberto che prima mi guarda sorridente e annuisce, io faccio cenno come per chiedergli “Cosa?” e lui mi mostra sullo smartphone un’app di carpooling tramite la quale ha prenotato un passaggio per tre persone, fino proprio alla Sierra Nevada. La guardo, il primo pensiero è carico di entusiasmo, il secondo è frutto della lettura dell’orario di partenza: dobbiamo essere pronti in venti minuti. La mia espressione fa fermare la mano di Pedro che arpeggia, la sua sigaretta tra le labbra si abbassa, gli diciamo cosa sta succedendo e lui di tutta risposta, con molta calma, toglie i piedi dalla panca e vi poggia la chitarra, fa un tiro di sigaretta grattandosi i capelli ed espirando fumo mi guarda negli occhi: “O ora o mai più”. Ero lì da quattro giorni, l’indomani sarei partito per Madrid. Pedro e Alberto sono amici dal liceo, hanno un’intesa particolare quando si guardano e riescono a trasmetterla a chiunque gli sia attorno.

Ci alziamo, seguo il ritmo dei ragazzi, faccio un caffè da prendere al volo prima di uscire, tra una cosa e l’altra scendiamo di casa dopo tre quarti d’ora, troviamo Jorge in attesa in una Marbella amaranto, ci dirà dopo che era lì da due minuti. Ci eravamo tutti cambiati la maglietta, dopo poco erano tutte già con l’alone di sudore attorno al collo, quella di Jorge compresa. Se oramai io, Alberto e Pedro ci conoscevamo abbastanza, di Jorge riuscimmo giusto a sapere che ogni tanto partiva in auto per fare un giro, gli piaceva chiacchierare di tutto, tranne che di sé, con gente nuova; una volta dettogli che avevamo nessun programma particolare, disse: “Allora ci penso io”.

Il viaggio in auto durò circa due ore, il vento caldissimo che entrava dal finestrino, la steppa ai lati della strada deserta, la radio in sottofondo, qualche parola pronunciata qui e lì, pensieri leggeri: praticamente la siesta era continuata in auto. Arrivati molto in alto, Jorge si ferma sul ciglio della strada, saliamo per quindici minuti a piedi mentre ci spiega che siamo nel punto più lontano da baite o servizi di qualsiasi genere. Un silenzio maestoso. Arrivati a delle rocce su un cucuzzolo con della neve attorno ci sediamo, Jorge tira fuori dalla borsa del “Licor de Endrinas”, un liquore fatto con ribes selvatico e al retrogusto di anice; munito di bicchierini, li riempie uno a uno di neve per poi versarvi il distillato, che si beve in genere con acqua o ghiaccio. Ci conoscevamo da poche ore, i momenti di silenzio spesi a guardare il panorama non erano motivo di imbarazzo, Jorge si preoccupava di tenere i bicchieri pieni, con la giusta dose di neve, io dispensavo tabacco e cartine, Alberto e Pedro ci mettevano il resto.

Siamo rimasti lì fino al tramonto: quattro ragazzi, la voglia di star bene e l’orizzonte largo davanti agli occhi.

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Giacomo Scamardella
Giacomo Scamardella
Comunicatore, organizzatore di eventi culturali, copywriter, amante della sostenibilità e community manager per vocazione. Di mentalità estremamente aperta, ha studiato e lavorato fra Firenze, Parigi e Amsterdam facendo sempre ritorno con una valigia più grande.

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